venerdì, gennaio 09, 2009

Autodeterminazione suprema

Una possibile risposta viene dal tanto demonizzato kit fai-da-te che proposto e messo in circolazione dall'Arci-gay/Arci-lesbica ripropone quello che in altri paesi è già una realtà.
Il kit, che consiste in una siringa, un vasetto e un libretto di istruzioni per l'inseminazione artificiale autogestita è stato recentemente utilizzato da una coppia di lesbiche inglesi divenuta famosa per aver dato alla luce una bella bambina che si chiama Elle Esse Dee.
Elle Esse Dee è il risultato di una forma di autodeterminazione che viene vista e vissuta in quanto nemico da sconfiggere, come dimostra l'idiosincrasia mediatica nei confronti del kit fai-da-te.
(...) per assicurare l'eliminazione delle classi sessuali è necessaria la rivolta della classe oppressa (le donne) e l'approvazione del controllo della riproduzione (...). (Firestone)
La riproduzione artificiale infatti, consegnata nelle mani di chi potenzialmente può trasformarla nell'inizio della demolizione dei capisaldi della morale giudaico-cristiana (la sacra famiglia: marito, moglie, due figli e cane), diventa immediatamente fonte di terrore.
"La soluzione è produrre bambini in provetta. Quanto al problema se continuare a riprodurre maschi, non è detto che il maschio debba continuare a esistere solo perché, come le malattie, è sempre esistito. Quando sarà possibile il controllo genetico - e lo sarà presto - va da sé che dovremo produrre solo esseri completi, integri e senza difetti fisici o carenze, comprese le carenze emotive come la mascolinità". (Valerie Solanas)
Del resto nella possibilità di appropriarsi interamente del processo riproduttivo, sottraendolo alla natura una volta per sempre, è implicita la possibilità di AUTODETERMINAZIONE SUPREMA: scegliere di generare solo femmine e questo pare essere il vero problema, sogno per alcuni e incubo per altri.
In realtà tutto ciò appare essere più un timore inconscio della cultura maschile che non una possibilità reale, anche se potenziale, infatti siamo convinte che la comunità femminista più che l'eliminazione del maschio (pur essendo una prospettiva allettante) abbia di mira un altro fine che lasciamo alle parole di Shulamith Firestone:
(..) l'obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere (...) non solo l'eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più nessuna importanza culturale".

conzypiracy.devianart.com

Perché il figlio di due donne dovrebbe avere più problemi del figlio di un cadavere?

Nel 1986 il "S.Francisco Chronicle" titola: Mamma con elettroencefalogramma piatto dà alla luce il suo bambino.
Il titolo si riferisce al caso di Marie Odette Henderson che, morta di un tumore al cervello, venne tenuta in vita, per ordine della corte, per 53 giorni cioè fino al momento in cui il sistema respiratorio del feto di cui era portatrice, fu sufficientemente maturo da permettere l'espianto dal cadavere con un taglio cesareo e una vita indipendente. La questione venne presentata dalla stampa come un ultimo gesto d'amore da parte di una madre nei confronti del figlio.
Qui l'intervento tecnologico viene totalmente occultato per dar luogo alla creazione di una figura simbolica, la madre, che non ha niente a che vedere con la realtà oggettiva di un cadavere tenuto in vita artificialmente per 53 giorni, incapace di un gesto d'amore così come di ogni altra decisione consapevole. La coerenza del titolo "si basa principalmente su un particolare modo di intendere la maternità, un modo di intenderla in cui la maternità è uno stato dell'essere identificato con la gravidanza e in questo modo ridotta a una funzione fisiologica (...) qualcosa che semplicemente accade, qualcosa che comincia col concepimento, una capacità biologicamente radicata che non dipende dalla consapevolezza di una donna per trovare sviluppo, ma che si sviluppa come [al posto della, N.d.R.] consapevolezza di una donna". (Valerie Hartouni)

da intercam.publinet.it

Prendiamo ora in esame un altro titolo: Italia, la culla delle mamme dai capelli bianchi - "Il Sole-24 ore", 17/1/1994. In questo caso il senso dell'articolo può essere riassunto in poche righe "Ci saranno mamme dai capelli bianchi, forse dopo dieci anni incapaci di entrare in sintonia con le loro creature, di seguirne gli slanci e i problemi. E poi c'è la sensazione di sfidare le leggi della natura..."
Assistiamo, nel caso del "Sole", all'esatto contrario di quello che accade nel "S.Francisco Chronicle": qui la tecnologia al servizio della riproduzione è messa in grande evidenza, e rappresentata come un qualcosa che permette aberrazioni contro natura. Le tecnologie per funzioni riproduttive, nei media, sembrano non sfuggire al destino di sparire o di creare mostri. Ma se andiamo a osservare quando scompare scopriremo che si tratta di tutte quelle situazioni in cui la donna in qualche modo abiura se stessa in favore del feto, mentre i casi in cui la tecnologia genera mostri sono quelli in cui le donne cercano di riprodursi al di fuori degli schemi sociali accettati (giovani, eterosessuali e con un partner di sesso opposto).
Marie Odette Henderson, "come Aristotele avrebbe potuto solo sognare, è solo processo biologico, materiale riproduttivo grezzo alimentato da una manipolazione chimica e meccanica estensiva". (Valerie Hartouni)

da metalmental-escher.blogspot.com

Il caso di Henderson è diverso nei fatti contingenti ma identico nella sostanza a quello nostrano di Carla Levati (la donna che rifiutò la chemioterapia per non compromettere il feto) che arrivò al parto clinicamente morta.
Se da una parte la tecnologia è buona, permette di salvare un feto molto spesso alle spese della madre, dall'altra diventa orrore quando mette in crisi i capisaldi della famiglia patriarcale, creando figure che la frantumano.
Figli di zie, o di due donne dove non è chiaro chi sia il padre e chi la madre, padri/madri biologici che non coincidono con quelli legali, madri/nonne, prestiti di uteri o figli nati da genitori biologici già morti fanno terrore perché sono legati a una radicale messa in discussione dei capisaldi della morale giudaico-cristiana, che vede la donna come mero ricettacolo riproduttivo. Non bisogna dimenticare che fino al 1820 la donna veniva considerata non attiva nella procreazione, cioè solo terra da fecondare.
Siamo spaventosamente vicini al tempo in cui le identità vanno ridefinite.Tutte le ansie circa il futuro di persone nate da un sistema procreativo non sessuato, sono ansie verso quella che sarà una società dove verranno messi i crisi i parametri per la costituzione dell'identità degli individui.

Manifesto Cyber


Nell'immaginario occidentale, i mostri hanno sempre tracciato i confini della comunità. I centauri e le amazzoni dell'antica Grecia, immagini della disgregazione del matrimonio e della contaminazione del guerriero con l'animalità e la donna, hanno stabilito i limiti dell'accentrata polis del maschio umano greco. I gemelli indivisi e gli ermafroditi erano il confuso materiale umano della Francia agli albori della modernità, il cui discorso si fondava sulle categorie di naturale e soprannaturale, medico e legale, portento e malattia, che sono centrali nella definizione dell'identità moderna. Le scienze evoluzioniste e comportamentiste di scimmie e scimpanzé hanno disegnato i confini multipli delle identità industriali del tardo Ventesimo secolo. I mostri cyborg della fantascienza femminista delineano possibilità e confini politici piuttosto diversi da quelli proposti dalla finzione terrena dell'Uomo e della Donna.Molto consegue dal riuscire a pensare le immagini dei cyborg come altri dai nostri nemici. I nostri corpi, noi stessi: i corpi sono mappe del potere e dell'identità. I cyborg non fanno eccezione; un corpo cyborg non è innocente, non è nato in un giardino, non cerca un'identità unitaria e quindi non genera antagonistici dualismi senza fine (o fino alla fine del mondo). Il cyborg presume l'ironia; uno ètroppo poco, e due è solo una possibilità. L'intenso piacere della tecnica, la tecnica delle macchine, non è più un peccato, ma un aspetto dello stare nel corpo. La macchina non è un quid da animare, adorare e dominare; la macchina siamo noi, i nostri processi, un aspetto della nostra incarnazione. Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro. Fino a ora (sembra un secolo) avere un corpo femminile sembrava scontato, organico, necessario, e consisteva nella capacità di fare da madre e nelle sue estensioni metaforiche. Solo stando fuori posto abbiamo potuto godere dell'intenso piacere delle macchine e quindi appropriarcene, col pretesto che in fondo si trattava di un'attività organica. Il mito dei cyborg considera più seriamente l'aspetto parziale, a volte fluido, del sesso e dell'abitare sessualmente il corpo. Il genere in fondo potrebbe non essere l'identità globale, pur avendo un respiro e una profondità radicati nella storia.La complessa questione ideologica di cosa conti come attività quotidiana, come esperienza, può essere esplorata sfruttando l'immagine dei cyborg. Le femministe hanno sostenuto di recente che le donne sono dedite alla quotidianità, che le donne in certo qual modo provvedono alla vita quotidiana più degli uomini, e che quindi occupano, potenzialmente, una posizione epistemologica privilegiata. Questa è in parte un'affermazione innegabile, che rende visibile la svalutata attività femminile e la colloca alla base della vita. La base della vita? Ma allora, tutta l'ignoranza delle donne, le esclusioni e le carenze di abilità e conoscenza? Che dire dell'accesso maschile alla competenza quotidiana, al saper costruire, smontare, giocare con le cose? Che dire delle altre assunzioni di corpo? Il genere cyborg è una possibilità locale che si prende una vendetta globale. La razza, il genere, e il capitale richiedono una teoria cyborg di parti e di interi. Nei cyborg non c'è la pulsione a produrre una teoria totale, ma c'è un'intima esperienza dei confini, della loro costruzione e decostruzione. C'è un sistema di miti in attesa didiventare un linguaggio politico su cui basare un modo di guardare la scienza ela tecnologia e di sfidare l'informatica del dominio per un'azione potente.Un'ultima immagine. Gli organismi e la politica organismica, olistica,dipendono dalle metafore di rinascita e invariabilmente attingono alle risorse del sesso riproduttivo. Vorrei suggerire che i cyborg hanno più a che fare con la rigenerazione e guardano con sospetto alla matrice riproduttiva e alla nascita in genere. Per le salamandre, dopo una ferita, come per esempio la mutilazione di un arto, c'è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione, con la possibilità costante di una gemellazione o di altre strane produzioni topografiche al posto della mutilazione. L'arto ricresciuto può essere mostruoso, doppio, potente. Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita, e le possibilità della nostra ricostituzione includono il sogno utopico della speranza in un mondo mostruoso senza il genere.Le immagini possono aiutarci a esprimere due tesi cruciali a questo saggio: primo, la produzione di teorie universali e totalizzanti è un grave errore che esclude gran parte della realtà, e questo forse sempre, ma certamente ora; in secondo luogo, assumersi la responsabilità delle relazioni sociali della scienza e della tecnologia significa rifiutare una metafisica antiscientifica, una demonologia della tecnologia, e di conseguenza significa accettare il difficile compito di ricostruire i confini della vita quotidiana, in parziale connessione ad altri, in comunicazione con tutte le nostre parti. Il punto non è solo che la scienza e la tecnologia offrono all'umanità il mezzo di ottenere grandi soddisfazioni e sono matrici di complesse dominazioni. Le immagini cyborg possono indicarci una via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti. Questo è il sogno non di unlinguaggio comune, ma di una potente eteroglossia infedele. È l'immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supersalvatori della nuova destra. Significa costruire e distruggere allo stesso tempo macchine, identità, categorie, relazioni, storie spaziali.Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea.

Cyber-sculptures

da underworl.splinder.com


da christopher Conte


da cyb


da albinword.com


da underworl76.splinder.com


da underworl76.splinder.com

da syberpunk.blogspot.com



da boingboing.net



da underworl.splinder.com


da lunaagelica.com

Queer Theory

La prima studiosa che adottò il termine queer per riferirsi alla teoria sull’omosessualità gay e lesbica fu Teresa De Lauretis, che, nel 1990, parlò di queer theory durante un convegno. La scelta del termine – spiega De Lauretis – nacque dall’esigenza di evitare aggettivi quali “lesbico-e-gay” e “lesbigay”, al fine di scoraggiare l’identificazione fra omosessualità lesbica e gay (differenti per storia, tradizione e simbologia) e la loro caratterizzazione unicamente per contrasto con l’eterosessualità.
Con queer theory oggi s’intende la più recente evoluzione degli studi gay e lesbici, che si interessano, fra l’altro, di fenomeni come il travestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere, le operazioni per il cambiamento di sesso. La ricerca opera nella direzione di mettere in crisi il concetto di sessualità “naturale” .Dimostrazioni e decostruzioni accademiche da un lato e performance di varia natura dall’altro sono gli strumenti adottati per rivelare l’incoerenza dei tre termini – sesso, genere e desiderio – sui quali si fonda la normalizzazione dell’eterosessualità.
Il percorso che conduce all’elaborazione della queer theory parte da autori come Foucault, Irigaray, Kristeva per arrivare ai suoi punti di riferimento teorici quali Gender Trouble (1990) e Corpi che contano (1993) di Judith Butler.
La riflessione di Butler riguarda il potere. Ella individua nell’economia dell’eterosessualità fallica l’atto fondativo dell’ordine simbolico patriarcale, che esercita il suo dominio mediante il potere performativo del linguaggio: la citazione e la ripetizione della norma producono ciò che viene nominato, non si limitano a significarlo.
La critica al soggetto e all’identità ha fra i suoi massimi esponenti Michael Foucault, che ricostruisce una genealogia del soggetto fondata sull’indagine dei suoi processi di costruzione, risalendo fino al “corpo” che egli considera dato per natura e non costruito.

da livecyberpunk.tv

“Ma è in questa apparenza che il regime del potere/discorso è più dissimulato e più insidiosamente efficace. Quando l’effetto materiale è considerato un punto di partenza epistemologico (…), si tratta di una mossa del fondazionismo empirista che, accettando l’effetto costituito come dato primario, riesce efficacemente a nascondere e mascherare la genealogia delle relazioni di potere dalle quali è costruito” .

Butler è più radicale di Foucault, e indica nella capacità del discorso dominante di darsi un fondamento materiale, il corpo, la sua mossa più scaltra, perché in grado di celare i processi che portano alla riproduzione dei meccanismi di potere. Ella sostiene la riformulazione della materialità dei corpi come effetto di una dinamica di potere, non è possibile – secondo la studiosa – scindere la materia dei corpi dalle norme che ne regolano la materializzazione e la significazione.
Assumendo criticamente parte del pensiero di Lacan, Butler riconosce nell’identificazione il momento chiave del “processo di assunzione” di un sesso da parte dell’individuo, si tratta però di identificazioni fantasmatiche, instabili, multiple. Il discorso dominante propone delle identificazioni “lecite” – l’uomo e la donna eterosessuali – che conferiscono all’individuo lo statuto di soggetto, e ne rinnega altre, ad esempio la lesbica fallica e il gay effeminato, relegandole al di là dei confini del soggetto. L’insieme delle identificazioni precluse costituisce l’ambito dell’abietto, ovvero il territorio sociale temuto, “inabitabile”. Il soggetto, dunque, “si costituisce attraverso la forza dell’esclusione e dell’abiezione” .

da cyberpunkreview.com

La forza del sistema fallologocentrico consta nel suo essere pressoché intrascendibile. Uomo e donna rientrano entrambi nell’economia dell’eterosessualità, sebbene la norma preveda una posizione di subordinazione per quest’ultima, la stessa materialità dei corpi è prodotta dal linguaggio. Al di fuori dell’economia binaria risiede l’abietto, ma questo fuori rientra, in un certo senso, come “fantasma”: i fantasmi dell’abiezione abitano il soggetto in qualità di ripudio originario, sono le tracce lasciate dall’atto violento della formazione del soggetto. Per questa ragione Butler ritiene che il potenziale eversivo dell’immaginario lesbico sia maggiore di quello proprio dell’immaginario materno .
Detto ciò è necessario puntualizzare che la strategia eversiva elaborata dalla queer theory non consiste nel privilegiare un’identità esclusa a scapito delle altre, innescando nuovamente una logica di esclusione, quanto nel mettere in crisi i confini fra il dentro e il fuori, destabilizzando i caratteri eterosessuali, maschili, razziali delle identità “legittime”.
Così Cavarero riassume il progetto politico sotteso dal pensiero di Butler:

“La struttura, insomma, deve essere continuamente destrutturata: mediante una proliferazione inarrestabile dei posizionamenti simbolici che apra lo spazio per una democrazia radicale dove nessuna identità sia più fissa e, quindi, normale, normativa, egemone”.

Cyberpunk, postmoderno e femminismo cibernetico

Il cyberpunk è un fenomeno che nasce e si sviluppa nella fase del tardo capitalismo occidentale e, di conseguenza, in un contesto segnato da dominanti culturali di matrice postmoderna.
Al postmoderno lo accomuna la tendenza alla contaminazione degli stili, delle discipline, dei livelli gerarchici delle componenti culturali, l’elevare l’effimero ad oggetto d’analisi per la riflessione sull’epoca contemporanea. La pratica della contaminazione, sia per il cyberpunk che per il postmoderno, rende inoltre evidente la negazione di un soggetto unitario e dell’universalismo. Come ha ben sintetizzato Michela Nacci:

“Come il postmoderno, il cyberpunk non crede a una serie di valori attribuiti al moderno: progresso, civiltà, Occidente, ragione, dominio. Come il postmoderno, non crede soprattutto al soggetto e alla possibilità di discorsi generali”.

Abbiamo già avuto modo di sottolineare come questi temi siano anche cardini del discorso cyberfemminista e femminista postmoderno. Il cyberfemminismo, inoltre, condivide con il cyberpunk la particolare attenzione alla questione della tecnica e il modo di considerarla elemento ambivalente e non innocente. E ancora, il largo uso che entrambi fanno della metafora della rete, sia per significare una comunicazione aperta, non oppressiva, in grado di produrre forme di democrazia telematica, sia per designare la trama di affinità su cui fondare l’azione politica.Sebbene alcune studiose femministe abbiano criticato certa science fiction per aver tracciato ruoli femminili per certi versi tradizionali, è innegabile il contributo prezioso del cyberpunk al cyberfemminismo in termini di scenari, figure e linguaggio. Il cyborg, ad esempio, nato dalla fantascienza e dalla letteratura cyberpunk, è senz’altro una delle più celebri cartografie del soggetto decostruito, scelta da Donna Haraway per descriverne la non-unitarietà, il crollo delle opposizioni e il confondersi dei confini fra uomo e macchina, natura e cultura, maschio e femmina .da tramanti.it

da digitalphilosophy.wordpress.com


da graphikdesign.it

Cyberpunk come movimento politico

“(…) parlando di cyberpunk si fa riferimento a un complesso di idee, a un insieme di figure narrative e retoriche, ad alcuni autori e gruppi, che sembrano dare espressione politica alle utopie e alle paure collegate agli sviluppi tecnologici di questi anni”.

Da questa definizione di Michela Nacci emerge come, nel cyberpunk, fiction ed azione politica si compenetrino e si alimentino reciprocamente. I romanzi di Gibson, i giochi di ruolo praticabili per via telematica, certi videogiochi concorrono all’edificazione di immaginari secondo i quali il problema della tecnica assume un ruolo di primo piano.
Non si può parlare di cyberpunk come di un movimento organizzato e ben definito. Esso non è dotato di un sistema ideologico organizzato ma è piuttosto un insieme di stili e atteggiamenti che danno vita ad un immaginario composito, è il prodotto di voci che agiscono e dibattono del problema della tecnica e del suo rapporto con la politica nell’epoca contemporanea.
Un’altra peculiarità del cyberpunk sta nella sua trasversalità, esso procede e si sviluppa mediante processi di contaminazione, travalica i confini istituzionali fra discipline differenti, fra teoria e pratica, fra la dimensione politica e quella letteraria, fra cultura “alta” e cultura “popolare” .
Le reti telematiche, considerate nei loro aspetti tecnici e nel loro essere spazio sociale conflittuale, sono al centro della riflessione e dell’azione politica cyberpunk. La tecnica diventa il terreno cruciale su cui si gioca la partita per la libertà e l’oppressione, in cui si risolve il senso della politica odierna.

“La rappresentazione della tecnica come strumento di liberazione e quella della tecnica come minaccia alla sopravvivenza stessa dell’umanità appaiono in questo quadro non due opzioni ideologiche alternative ma due possibili esiti della partita in atto” .

La tecnica è considerata un elemento ambivalente, né buono né cattivo in sé, oggetto di pessimismo ed ottimismo e, ancora, lo strumento il territorio e l’obiettivo della battaglia in atto.
Fra i temi ricorrenti del cyberpunk Nacci individua la “preoccupazione per un possibile intervento repressivo mirante a chiudere gli spazi liberati” ,ovvero le comunità virtuali, reti di comunicazione on-line a basso costo, e l’attenzione al tema giuridico del copy right, con particolare resistenza contro l’applicazione dei diritti d’autore ai software, considerata una limitazione alla libera circolazione dell’informazione. Attualmente questi sono temi salienti anche per giuristi e teorici dei media, ma considerevole è il ruolo che il cyberpunk delle origini ha avuto nell’introdurli nell’agenda degli organi istituzionali. L’hacking sociale è la pratica politica di rottura adottata in questa prima fase. Esso si fonda sui Principi dell’etica hacker stabiliti dagli hacker del MIT nel 1961 e dai quali è già evidente lo spirito del movimento:

“L’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – deve essere assolutamente illimitato e completo. (…)
Un libero scambio di informazioni, soprattutto quando l’informazione ha l’aspetto di un programma per computer, promuove una maggiore creatività complessiva. (…)
L’ultima cosa di cui c’è bisogno è la burocrazia. Questa, che sia industriale, governativa o universitaria è un sistema imperfetto (…).
Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.(…)” .

Mentre oggi alcuni settori della comunità informatica internazionale, come spiega Nacci nel suo saggio, interagiscono con le istituzioni cercando alternative alla giurisdizione ufficiale anche in termini di regole (basti pensare all’introduzione dello shareware, i primi gruppi di hacker teorizzavano la rottura delle regole, l’illegalità giustificata, secondo loro, dall’importanza della posta in gioco. Sterling sosteneva che limitare alla comunità dei programmatori l’accesso a un software mediante il copy right fosse come sottrarre a un popolo un linguaggio per poi affittarglielo in un secondo tempo.

Cyberpunk come fenomeno letterario

“Cosa accade alla fantascienza quando il futuro si fa cupo?” Ken MacLeod ci risponde che negli anni sessanta dalla fantascienza classica, solita raccontare di conquiste spaziali e rosei futuri ipertecnologici, nacque la New wave degli scrittori, Ballard, Moorcock, Harrison, insofferenti nei confronti dell’ingenuo ottimismo della produzione precedente. La guerra in Vietnam, l’era del sesso droga e rock and roll, i timori di sovrappopolazione portarono questi autori ad immaginare scenari ben più cupi per i loro racconti, il futuro sembrava non promettere nulla di buono.
Dalla fine degli anni settanta lungo tutti gli anni ottanta il progresso tecnologico compì una virata imprevista. Se la “conquista” della luna, negli anni sessanta, aveva fatto sognare mondi sconosciuti e viaggi interstellari, nella prima metà degli anni ottanta, dopo una gestazione durata oltre un decennio, Internet vedeva la luce. Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione avrebbero disintegrato le distanze meglio di quanto potesse fare una nave spaziale dell’epoca, ma i nuovi viaggiatori sarebbero stati seduti ai loro terminali, le informazioni avrebbero viaggiato al posto loro.
In questo contesto letterario, tecnologico e sociale, nel 1984, William Gibson pubblica Neuromancer, il romanzo d’apertura del genere cyberpunk.
“Case aveva ventiquattro anni. (…) un sottoprodotto della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio modificato che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice.

da dushko.wordpress.com

Così Gibson presenta l’eroe di un’avventura che non è più una guerra fra i mondi ma che si svolge nel cyberspazio, la realtà virtuale che proprio dal romanzo di Gibson deriva la sua ormai popolare denominazione. I cowboy della consolle percorrono la matrice, “reticoli luminosi di logica dispiegati verso quel vuoto incolore…”, ma quando si trovano a vagare per le strade della vita reale il cielo ha il colore della televisione sintonizzata su un canale morto. Scenari che devono molto a quelli descritti dalla New wave e da Dick e messi in scena da Ridley Scott in Blade Runner (1982), film ambientato in una Los Angeles futuribile, costantemente lacerata dalla pioggia e dall’inquinamento, soffocata da inquietanti costruzioni specchio di una società decadente e oppressiva.
William Gibson e Bruce Sterling sono gli autori più significativi della letteratura cyberpunk della prima generazione, padri di uno stile nervoso, dettagliato e analitico, che serve a raccontare di nuovi eroi romantici e perdenti, prostitute, punk, truffatori, pirati informatici, balordi che vivono le loro storie fra cyberspazio e tetri territori urbani degli anni a venire; la forza innovativa ed eversiva del cyberpunk sta proprio nell’essere “un filone letterario che recupera organicamente alcune delle tensioni sociali esistenti”, dando voce agli “esclusi” della società post-industriale.
Con un articolo apparso nel 1991 sulla rivista inglese Interzone, Bruce Sterling sancisce la fine del cyberpunk come esperienza letteraria: “gli anni novanta non apparterranno al cyberpunk”, scrive, invita i colleghi a superare il lavoro già compiuto e prende le distanze dagli imitatori superficiali. Ma i redattori di Decoder non sono d’accordo, durante gli anni novanta molti scrittori hanno prodotto opere originali in grado di non tradire lo spirito originario della corrente cyberpunk: Neal Stephenson con Snow Crash (1992), Richard Calder con Virus Ginoide (1992) e, non da ultima, Pat Cadigan con Mindplayers (1987), l’unica donna ufficialmente considerata una scrittrice cyberpunk.

da flickr.com

Cyberpunk

Alcuni studiosi considerano il cyberfemminismo una manifestazione del cyberpunk. Secondo la definizione allargata di cyberfemminismo da cui abbiamo scelto di partire, questa relazione fra i due fenomeni risulta quantomeno riduttiva. Marcatamente cyberpunk sono i gruppi di attiviste cyberfemministe che si collocano nell’area net-utopica e le cyber-grrl che animano siti, magazine, portali on-line; di tutt’altra estrazione socio-culturale sono invece alcune delle teoriche che pure contribuiscono all’evoluzione e alla riflessione sulle tematiche cyberfemministe e molte donne che operano in rete per la diffusione della cultura femminista e tecnologica. Fatta questa puntualizzazione, uno quadro complessivo su cosa sia il cyberpunk ci è indispensabile per due ragioni: da un lato la cultura cyberpunk ha condizionato i temi di riflessione e le modalità di azione di alcuni gruppi cyberfemministi e dall’altro ha fornito un bacino di immagini, figurazioni, atmosfere da cui hanno attinto le studiose impegnate a regalare al femminismo postmoderno un nuovo apparato simbolico.
Il termine cyberpunk si riferisce sia al movimento letterario nato negli anni ottanta come evoluzione del genere fantascientifico, sia ad un movimento politico che si prepone di salvaguardare la democrazia telematica e il libero accesso alle risorse disponibili in rete.

da profilemyspace.com da moda.stile.it da scenequeen.forumfre.net da zoomentertanment.com.au

da pike-eye.com

Old school & new school

Il post femminismo cosidetto in slang "new school" del quale fa parte anche il cyberfemminismo è più liberista, rivede completamente certi valori, soprattutto di forma e aspetto troppo rigidi dell'old school, le femministe degli anni 70 boicottavano la forma femminile stereotipata dell'uomo sino alla esagerazione che in quegli anni era però necessaria poiché anche io non penso che le rivoluzioni possano iniziare sottovoce, ma in maniera radicale, quindi per fare un esempio oltre a bruciare reggiseni c'era la negazione del make up e della femminilità come seduzione e bellezza non considerando che essa può essere diritto della donna stessa e non necessariamente in funzione di uno standard. Oggi le cose sono cambiate, c'è l'autocoscienza di piacere a noi stesse senza dover rendere conto a nessuno, del goder sessuale cosa molto rigida nel primo femminismo, il presentare la propria corrente sessuale come un tesserino prima di noi stesse, l'esaltazione del diritto gay/lesbico ma sminuendo l'etero e bisessuale.Nel new school si è imparata l'ironia del giocare con la nostra sessualità così come il nostro essere senza sensi di colpa.Le nuove generazioni cercano di abolire il politically correct ossia un certo modo di far rivoluzione senza offendere nessuno con un per favore e un grazie con motivazioni studiate e culturali, non dimentichiamo che gli anni 70 sono stati per la maggioranza della media borghese, ragazze che potevano permettersi l'università e un certo tipo di cultura e che ora sono per la maggior parte disperse.Io preferisco l'attacco diretto, la sorpresa : la cultura ma con il parlare semplice e diretto della strada, il computer come mezzo comune e non come cosa culturale genialeda snob.Un buon esempio di questo old school lo troviamo nel libro di Susan Hawthorn, "Cyberfemminist/ connectivity/critique and creativity " edito dalla Spinifex, una raccolta di numerosissime donne del movimento, da artiste a scrittrici a studiose multimediali ad un infinità di contatti che sono di sprono alla comunicazione tra donne.Troviamo l'esempio di Bandana Pattanaik, dell'associazione donne afgane, che racconta l'intollerabile situazione che riguarda le donne di quel paese, dall'infibulazione al calpestamento di tutti i diritti umani più elementari. Scarlet Pollok e Jo Sutton che producono magazine cartacei e on line su "Violence Against Women" e "Women's Health" descrivono come hanno visto accrescere il movimento femminista e constatano ciò tramite contatti su internet e interscambi artistici e politici per opere su magazine o fanzines è che sono aumentati e molto più facilitatati.
Il femminismo old school e new school è separato da molti punti di vista eppure unito indissolubilmente il secondo come conseguenza del primo.
da runningthroughraim.wordpress.com
Così viene accresciuta la trasparenza di idee e la possibilità di risorse globali di comunicazione , una partecipazione democratica adoperando internet come strumento e tramite.Segue Laurel Guymer e i suoi studi politici sulla contraccezione, omofobia, coercizione sessuale nell'industria dell' omonima, come non avere paura del cyberspace ,imparare a navigare e a costruire siti. La differenza tra femminismo Old School e quello contemporaneo ci viene proposta da Joan Koreman.Melissa Scottdel magazine on line e cartaceo "Wave Lenghts" è un'artista cyberpunk sul net, si occupa di underg round bands, gay, lesbian, bisexual, fantasy, fiction e non. Heather Kauffman e Virginia Westwood, studiose della società e dell'industria, la divisione in generi sessuali e tipi di persone, classi sociali ecc... così creando gruppi e sottogruppi più controllabili e non lasciando una vera libertà. Esse lavorano nell'industria tecnologica facendo sentire la propria voce come bisogni delle donne, supportano gli Hackers come necessari.C'è poi una famosa scrittrice di ipertesti e di labirinti elettronici con multi effetti , Carmel Bird. Sushi Namjoshi è invece una poetessa e giornalista che propone interessanti tesi sui miti indù e le religioni tribali femminili connesse in qualche modo al cyberspazio. Alesia Montgomery invece descrive il contesto sociale di classe, di sessualità e di razza nell'educazione del femminismo, tratta anche l'influenza che hanno l'una sull'altra la vita reale e la vita virtuale come una situazione borderline di breve confine tra di esse.Una delle più agguerrite è Beth Stafford che definisce semplicemente cyberfemministe come delle femministe al computer che usano la tecnologia come comunicazione per cercare di creare modificazioni culturali di ruoli predefiniti sulla donna-moglie-madre , che sono presenti tuttora anche in ambienti cosiddetti più "aperti"come quello cyberpunk, infatti è vero che il cyberfemminism è supportato da molti gruppi analoghi ma è anche criticato se non boicottato da molti altri.


da darkroastedblend.com

La sessualità globale è l'argomento di cui tratta invece Donna Hughes, internet usato ancora una volta come traffico pornografico e oggettificazione della donna, sesso come mercato di carne femminile.Renate Klein, provocatoria politicante, alla frase della Haraway "Meglio Cyborg che Madonna" risponde "Ma se sarò più Cyborg che Dea, il patriarcato andrà via ?" Il cyberfemminismo aiuterà il femminismo ? E in che maniera? La situazione è ancora aperta essendo un movimento insito nella tecnologia , la cosa in espansione più continua del mondo , la realtà di donne, emarginati, gay, persone di colore, lavoratori, poveri ecc...è ignorata, tutto ciò che ci è intorno , da TV, pubblicità e standard di pensiero è rivolto all'uomo etero, bianco, medio borghese. Si parla filosoficamente della realtà, ma in quale contesto la donna ne fa parte ?La dottoressa Josie Arnold, come artista multimediale e docente della stessa materia definisce la poesiapiù libera tra pixel che imprigionata nelle corde vocali o su pezzo di carta, evoca quindi il concetto di arte libero senza tempo o tangibilità una concezione di cyber spirito. Miriam English e Kathy Mueller sono due disegnatrici multimediali di realtà virtuali, il futuro deve essere come una palpebra invisibile in 3 D. Beryl Fletcher ha scritto il testo "Sylicon Tongue" fondamentale per la narrativa cyberfemminist, parla di manipolazione politica e tecnologica della fertilità della donna e la possibilità di riconciliazione tra corpo e anima nel Cyber spazio.E finalmente Susan Hawthorn, autrice di questo libro secondo me un po' troppo positivista e sobrio ma comunque interessante, soprattutto nel suo incessante sprono alla comunicazione attiva, allo smuovere le donne al contatto tra di loro. Le sue domande si basano sulla concezione di potere, della sua modificazione del "Vitruvian Man" di Leonardo da Vinci in "Vitruvian Women" , un mondo soggiogato alle donne da sempre e visto solo in un ottica maschile perchè solo a loro era e in parte è concesso potere, cultura e libertà, in esso quindi il mondo lo rispecchiava.Con la frase "Premestrual is a post modern" si ricorda il primo femminismo più ribelle per quello venuto poi , più blando. Non bisogna dimenticarci che è il nostro potere aportarci alla rivoluzione digitale.Uno dei libri più belli con personaggi di vera ispirazione è "Meduse Cyborg" seguito da "Angry Women In Rock" entrambi della Re Search e scritti dalla brillante giornalista Andrea Juno, il secondo su cui non voglio dilungarmi è un'opera su musiciste femminili di vari generi e con un certo spessore e tra queste appunto il movimento Riot Grrrls, da qui sono riprese le Guerrillas Grrrls ecc...Meduse Cyborg è una raccolta di interviste con domande intelligenti su vari personaggi di scene underground , ma nonostante il titolo non tutte sono annesse direttamente al movimento cyborg. Dichiarazioni preziose come quelle di Kathy Acker , fondamentale scrittrice narrativa cyberpunk che utilizza tecniche dal cut up alla Borroughs al surreale onirico; come non dimenticare "Don Quixote" o "Blood and Guts in the Highschool ".Nel libro seguono le performer Karen Finchley, Linda Montano e Valerie Export, le attiviste per il diritto di aborto Kerr e Malley, la scrittrice lesbica più famosa d'America, Susie Bright, la poliedrica e mia favorita Lygia Lunch, la grande sperimentatrice oscura vocale Diamanda Galas e l'attrice e regista porno femminista Annie Sprinkle, per citarne solo alcune.Poche di queste hanno a che fare direttamente con il cyberfemminismo ma sono state e sono fonte di ispirazione per tutti noi. da //www.hackerart.org/

da godsonscreationz.com